“Roma, camminando” di Francesco Rutelli – Recensione di Sergio Bonetti

Da questo libro, non il primo dedicato a Roma, emerge che il Sindaco è un uomo di grande passione culturale e di grandi competenze storiche, archeologiche e urbanistiche della città che ha governato così bene. E' un saggio godibilissimo e preparatevi alle citazioni di Bob Dylan e Tom Cruise di Mission Impossible. Una narrazione animata dall'amore per Roma esplorata camminando, attraverso 18 itinerari che ripercorrono ventotto secoli di storia. Dai luoghi dei primi insediamenti e dalla grotta del Lupercale, alle pendici del Palatino e attraverso il Medioevo, il Rinascimento e il Barocco, sino al sindaco Nathan della neonata capitale d'Italia. Un sindaco a cui Rutelli sembra ispirarsi, riferendosi alle sue competenze e al suo approccio anglosassone. Storie che si intrecciano, che ricuciono insieme i tanti strati, non solo archeologici, che creano l'unicità della città. L'autore riprende e rielabora il concetto delle stratificazioni da Freud che, quasi intimorito dalla grandezza evocativa di Roma, paragonava il lavoro dell'analista a quello dell'archeologo. Un'altra chiave del suo approccio alla città è Bruce Chatwin che del camminare farà una filosofia di vita e un metodo per capire la realtà. Roma è un repertorio inesauribile di scoperte, più di un museo ma piuttosto un'enciclopedia a cielo aperto. Quante volte mi sono soffermato, con l'emozione devota del laico, davanti alla statua di Santa Cecilia nella omonima basilica di Trastevere. Ma solo ora, dopo aver letto che il Maderno la rappresentò in quelle forme dopo avere assistito all'apertura del sarcofago, la vedo nella sua giusta luce. Ancora la leggenda del serpente di Esculapio, che scappò all'approdo della nave all'isola Tiberina, da cui il tempio su cui ora sorge la chiesa di San Bartolomeo e la presenza sull'isola delle confraternite e delle sue strutture sanitarie. Si dirà "leggende", ma Rutelli ci ricorda con puntiglio che gli scavi di Carandini hanno riscritto la storia della fondazione proprio a partire dal mito. I diciotto itinerari tematici, spesso secondo le direttive delle consolari, sino al mare di Roma , ci porteranno là dove non siamo mai andati, e ci permetteranno di vederla con nuove prospettive. In questo camminare è di valido aiuto, alla fine di ogni capitolo, un qr code collegato all'itinerario proposto. Nelle conclusioni "Roma per domani" Rutelli richiama l'universalismo della città. La bolsa e strumentale retorica del periodo fascista sembra aver rimosso l'orgoglio di sentirsi romani. Edgar Morin, una delle personalità più lucide della cultura dell'ultimo secolo, alla domanda quale luogo di più può avvicinarsi alla città ideale, ha riposto "Roma!".

“100 Cose che abbiamo perso per colpa di Internet” di Pamela Paul – Recensione di Francesco Palombi

Un titolo di grande suggestione per una lettura piacevole, curiosa ed interessante oltrechè trasversale. Sono principalmente due le generazioni alle quali questo libro è da consigliare fortemente. Ai nati negli anni ’60 del XX° secolo e ai loro figli. Non incorrete però nella facile e superficiale riflessione che si tratti di un libro che guarda al passato con nostalgia, con un sentimento romantico che ci porta a dire quanto il mondo adesso sia peggiorato rispetto a quello da noi diversamente giovani vissuto. Sarebbe riduttivo ed ingiusto nei confronti dell’Autrice perché questo libro è molto altro e molto di più. Ironia, profondità di analisi dei comportamenti quotidiani dell’epoca che fu, vengono descritti e raccontati con grande intelligenza e spirito di osservazione. Il rapporto che si aveva con il telefono - ad esempio basti ricordare su questo tema il duplex e le chiamate a carico del destinatario - l’attesa frenetica che si viveva prima di andare a ritirare le fotografie stampate e la tragicomica proiezione delle diapositive alla fine di una vacanza alla quale si costringevano gli amici a partecipare. Tutte scene e momenti di vita quotidiana perduti irrimediabilmente ma la cosa che più impressiona, fa osservare l’Autrice, è l’assenza nell’epoca moderna che viviamo della noia. Internet non consente più a nessuno, neanche ai bambini e ai giovani di avere o di vivere la noia. Basta accendere un qualsiasi dispositivo e rimanervi incollato a non saper bene e cosa fare. Una lettura divertente, leggera ma al contempo estremamente profonda, che fa riflettere sul tempo e sui tempi che viviamo e che non deve farci dimenticare le meravigliose esperienze di vita che abbiamo vissuto.

“Il ballo” di Irène Némirovsky – Recensione di Antonio Cardarello

Breve racconto della straordinaria Némirovsky che, in meno di 100 pagine, riesce a colpire al cuore la società borghese del suo tempo, permeata di opportunismo e vacuità. Antoniette, protagonista quattordicenne, è la figlia di un uomo d’affari arricchitosi grazie al buon esito di varie operazioni finanziarie e di una donna aggressiva (oggi probabilmente la definiremmo un classico esempio di madre narcisista), dominata da una malsana isteria di farsi accettare negli ambienti sociali più facoltosi ed esclusivi. Questo gioiellino letterario ruota attorno all’organizzazione - per l’appunto - di un ballo in grande stile che Rosine, madre di Antoniette, ha deciso di indire nell’appartamento appena acquistato dal marito al fine ospitare le personalità di spicco dell’alta società parigina. La ragazza, continuamente bersagliata dal cinismo e dalle cattiverie gratuite della madre, avrebbe dovuto trascorrere la serata reclusa in un piccolo stanzino, nascosta alla vista e alla considerazione degli ospiti. Tuttavia, qualcosa non va come previsto…

“Tenera è la notte” di Francis Scott Fitzgerald – Recensione di Francesca Gatto

UN CLASSICO CHE SA D’ ESTATE. Un libro che mi ha insegnato molto sull’amore, insieme ai film di François Truffaut e alle canzoni di Paolo Conte. Tre artisti geniali che sanno raccontare quella corrente di energia, bellezza e vita che scorre nell’innamoramento. E lo fanno da un punto di vista maschile che sa comprendere perfettamente il punto di vista femminile. Lasciamo Hemingway alle sue corride e ai suoi “addii alle armi” e immergiamoci nell’atmosfera scintillante di uno dei più bei romanzi del suo “gemello diverso”, Francis Scott Fitzgerald. Tenera è la notte è un classico della letteratura americana, scritto dal più europeo degli scrittori americani, in grado di emozionarci nel solco dei forsennati Anni Ruggenti. Una colonia di “belli e dannati” si trasferisce per l’estate ad Antibes e lì, Costa Azzurra, anni ’20 del Novecento, è tutto un incontrarsi, scontrarsi, spostarsi da una villa all’altra. Ma senza gli eccessi di New York. Questa volta e in questo libro, tutti si muovono in una luce azzurrina e rosata, nella dolcezza di albe e tramonti (più tramonti che albe…) della riviera francese, meta desiderata e raggiunta come fosse quasi un altrove rigenerante. È la storia di un triangolo amoroso, dove non c’è mai nulla di esplicito. L’atmosfera è quella di un perenne scintillio, la stessa che ci provoca un lungo sorso di champagne versato nel nostro fresco flute. La protagonista, Rosemary, giovane attrice americana in vacanza con la madre, viene cooptata in questa compagnia di amici per la pelle e lì si innamora del più malinconico del gruppo, Dick Diver, psichiatra e marito della “bella e dannata” Nicole. Rosemary entra frusciando nei suoi eleganti abiti nella villa di Dick e Nicole ad Antibes, dà luce a tutti e ne riceve luce. Non voglio dire di più, se non l'avete ancora letto. Ci saranno vincitori e vinti, qualcuno si salverà, qualcuno soccomberà. Continuando a sorridere mentre si specchia nella propria coppa. Una lettura che ha come sfondo l’estate. Adatta dunque ad essere “catturata” d’estate, al mare, nelle sere tiepide e lunghe dove il tempo è sospeso o dovunque voi siate, purché apriate il cuore ai vostri personali ricordi e ai ricordi di Dick, Rosemary e Nicole.

“Pepito. Il principe del jazz” di Marco Molendini – Recensione di Alessio Scialò

Quando pensiamo alla musica Jazz ed ai suoi formidabili interpreti vengono immediatamente alla mente i musicisti di colore americani che hanno reso questo particolare ritmo una musica apprezzata ed ascoltata in tutti i continenti. Questo libro racconta un’altra storia.

“A proposito di niente” di Woody Allen – Recensione di Grazia Brogi

La foto sulla quarta di copertina, scattata da Diane Keaton, l’amica e consigliera di sempre, già dice tutto. Un Woody Allen anziano-bambino sperduto nella poltrona tanto più grande di lui, le gambe a penzoloni e le mani incrociate sul ventre, lo sguardo ironicamente disincantato. “Si rammarica di non aver mai fatto un grande film, ma ci sta ancora provando”. “A proposito di niente” è l’autobiografia di Allen, dalla nascita a Brooklyn nel 1935 da famiglia ebraica - “… faccio il mio ingresso nel mondo. Un mondo in cui non mi sarei mai sentito a mio agio, che non avrei mai capito, che non avrei mai accettato o perdonato” - raccontando l’infanzia trascorsa in buona parte “in fuga dalla realtà” nelle sale cinematografiche a vedere commedie - quelle che aveva battezzate “champagne comedies” erano le sue preferite - western, film di pirati e film di guerra. Ci racconta dei primi amori, degli inizi della carriera nello spettacolo come scrittore umoristico per giornali, radio, televisione, teatro e infine cinema, diventando il regista e spesso l’interprete dei film che lo hanno reso famoso in tutto il mondo, vincendo sedici premi internazionali, fra cui 4 oscar. Cinquanta film in sessant’anni di cinema che ripercorriamo attraverso la sua storia, il rapporto con gli attori, personaggi che sono, o sono stati, il panorama delle nostre vite di spettatori, sempre narrato con una sincerità che spesso ci sorprende. E poi i suoi matrimoni, la relazione con Mia Farrow durata 12 anni fino alla burrascosa separazione “per la quale l'industria dei tabloid ancora li ringrazia”. L’ostracismo nei confronti di Allen che ne è seguito ha visto schierarsi contro di lui non solo i media, ma buona parte del mondo dello spettacolo, compresi i suoi ex amici e colleghi che “forse temevano di lasciarsi sfuggire l’opportunità di saltare sul carro confortevole del politicamente corretto”. Allen aggiunge, con la sagacia che lo contraddistingue: “essere un misantropo ha i suoi vantaggi - la gente non può mai deluderti”. Il libro è dedicato “A Soon-Yi, la migliore. Pendeva dalle mie labbra e poi mi ha avuto in pugno”.

“Doppio sogno” di Arthur Schnitlzer – Recensione di Rocco Ruggiero

Una novella che ti affascina già dalla prima volta che la leggi ma non smette di prenderti in modo forte e nuovo ogni volta che la rileggi -per il fascino dell’atmosfera onirica e fortemente intrisa di un erotismo che non si impone ma accompagna lo sviluppo del racconto come un rumore di fondo -per l’acutezza non pedante dell’introspezione e dell’analisi della dinamica coniugale, delle incomprensioni, dei tradimenti, della seduzione, della ritrovata fedeltà -per la capacità di catturare ogni volta il lettore e di portarlo nei meandri di quella zona oscura e ricca tra il conscio e inconscio attraverso una perfetta padronanza degli elementi tecnico formali: una solida architettura narrativa (anch’essa non si impone ma produce l’effetto voluto) e una scrittura fluida, dinamica e fortemente evocativa Fridolin e Albertine sono due personaggi che non si dimenticano una volta conosciuti perché in essi riconosciamo con facilità noi stessi.

“Lo Shtetl perduto” di Max Gross – Recensione di Tonia Parlato

Cosa succede quando per puro culo uno shtetl ebraico scampa alla furia nazista semplicemente perchè scomparso da ogni coordinata geografica? Un'intera comunità si fa beatamente i cavoli propri mentre oltre la coltre di alberi che la difende imperversano le guerre, le distruzioni e gli abomini del XX secolo. Poi un giorno una coppia di neo sposini che ha detto “sì, lo voglio” con la stessa convinzione con cui io mi alzo dal letto il lunedì mattina, innesca una serie di reazioni a catena che porteranno gli abitanti dello shtetl a mettere il naso fuori dalla finestra e scoprire che intanto il mondo e la storia sono andati avanti. Il rocambolesco viaggio che intraprenderà Yankel (al quale vorrai sicuramente molto bene, assicurato) ti farà ridere, ma anche riflettere sugli stereotipi che sembrano di carta pesta ma pesano come macigni. Rabbini, puttane, giovani senza speranza, vecchie maitresse, lingue diverse che si attorcigliano, tradizioni inconciliabili e strade impercorribili sono tutti elementi che si rincorrono sulle pagine di una storia unica e originale.

“Le colonnel Chabert” di Honoré de Balzac – Recensione di Edmond Galasso

È attraverso questo romanzo scritto e pubblicato da Balzac nel 1832 che il"Maestro " della letteratura francese dimostra la sua vena artistica e modernità concettuale, approfondendo il suo realismo e creando delle tipologie umane potentemente" dissegnate". Balzac appare prima di tutto come un osservatore straordinariamente dotato, ma questo dono non è sufficiente per caratterizzare il suo genio letterario. Osservazione e immaginazione sono almeno in parte al servizio di idee proficue che costituiscono l'ossatura di tutte le sue opere, e in particolare quella del"Colonnello Chabert ". A questo proposito, ricordiamo che Balzac ha tentato di organizzarle in un sistema coerente proprio nella prefazione della sua opera monumentale," La Comédie Humaine ". Qual è la storia, la trama di questo stupendo romanzo? Quella del colonnello Chabert è la storia incredibile di un uomo morto due volte. La prima, un uomo sepolto sotto un mucchio di cadaveri e dato per scomparso durante la tremenda e sanguinosa battaglia di EYLAU (1807), in seguito alla carica della cavalleria dei corazzieri francesi diretta proprio da lui. La seconda, dieci anni dopo : quando alla fine di una lunga amnesia provocata dalle terribili ferite, ridotto in miseria e considerato ormai un malato di mente, il colonnello Chabert rientra in Francia per fare valere i suoi diritti. Intanto a Parigi, si rivolge a un giovane e curioso notaio che gli crede, lo assiste, e ne sostiene legalmente e finanziariamente la causa. Ma in questo accattivante romanzo, c'è soprattutto la moglie che dopo aver creduto alla scomparsa del marito sul campo di battaglia, e dopo aver ereditato l'immenso ricchezza del colonnello, si è risposata con un nobile rampante, ambizioso e futuro Pari di Francia. La perdita della fortuna finanziaria e patrimoniale corrisponderebbe per lei, disprezzata poiché di simpatia bonapartista in tempo di Restaurazione borbonica, alla rinuncia del suo status sociale ormai acquisito... Limitandomi a presentare le premesse di questa stupenda storia elaborata dal"Principe della Letteratura ", vorrei ricordare che il romanzo di Balzac è stato magistralmente adattato al cinema dal regista Italo-francese, Yves ANGELO, nel 1994,con un" cast " d'eccezione come Gérard Depardieu, Fanny Ardant, Fabrice Lucchini, e Claude Rich. Concludendo, auguro a tutti di leggere o rileggere" Le Colonnel Chabert ", né vale davvero la pena!

“L’architettrice” di Melania Mazzucco – Recensione di Nicoletta De Menna

Alcuni autori sanno donare ai romanzi storici quel “qualcosa in più” che me li rende irresistibili, e Melania Mazzucco fra i molti senz’altro eccelle. Questa magica alchimia per me si crea quando ad una rigorosa narrazione storica si intreccia una lettura acuta e ricca di guizzi interpretativi capaci di rendere vivo e palpitante il periodo storico narrato. Plautilla Bricci, la protagonista, è realmente vissuta a Roma nel ‘600. Il padre è dotato di una vena artistica poco educata e mai sbocciata definitivamente ma alimentata da una curiosità poliedrica. Di Plautilla intravede le potenzialità e non la ostacola, anzi la spinge verso la strada dell’Arte seppur con i limiti di una visione subordinata ai tempi. La figlia però va oltre il progetto paterno fino ad essere insignita ufficialmente (prima donna nella Storia) del titolo di Architettrice: “Tirar su una casa. Scegliere le tegole del tetto e il mattonato del pavimento. Immaginare facciate, logge, scale, prospettive, giardini. Per quanto ne sapevo una donna non l’aveva mai fatto” . Plautilla conosce perfettamente il prezzo da pagare per una simile vertigine: restare nell’ombra, senza mai “dare scandalo” e sperare che nel tempo questo vincolo possa allentarsi poco a poco. Non sarà cosi, e la condizione dell’oblio si intreccerà due secoli dopo con le vicende storiche della Repubblica Romana fino a cancellare ogni traccia del suo capolavoro ….. ma per sapere qual è dovete leggere il libro e vi assicuro che ne vale la pena!! L’oblio che avvolge e al tempo stesso protegge Plautilla rimane fittissimo fino alla pregevole opera della Mazzucco; scoprirete ad esempio che suo è il primo progetto della scalinata di Trinità dei Monti, e questa non è una ricostruzione di fantasia perché i disegni sono conservati presso la Biblioteca Apostolica Vaticana e recentemente sono stati il fulcro di una bellissima mostra a lei dedicata presso la Galleria Corsini di Roma. Posso solo aggiungere che, se piace il genere, è uno di quei rari libri per cui si tarda a prendere sonno la notte…

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